Intervista a

Alberto Dal Lago

Illustrator e Concept Artist

Ciao Alberto, benvenuto nella nostra community e grazie per la tua disponibilità!

Ciao e grazie per il vostro interessamento al mio lavoro.

 

1. Raccontaci come ha avuto inizio il tuo ormai stretto rapporto con il mondo del Fantasy.

Il Fantasy, ma allargherei il concetto al Fantastico in generale, ha contaminato larga parte della mia infanzia e preadolescenza.
Gli anni 80 sono stati la spinta propulsiva per la mia immaginazione: dai film e dai libri ho avuto moltissimi input che hanno acceso una lampadina nella mia testa.
Fin da bambino cercavo di riprodurre le cose che mi suggestionavano. Mentre crescevo e divoravo i libri di genere, ho cominciato a maturare l’idea di poter essere in grado, un giorno, di produrre i disegni e i personaggi che tanto mi piacevano.
Ho letto anche libri di cui avrei ridisegnato le cover secondo il mio gusto!

 

Immagine a sinistra: cover per LW no.10, Le Segrete di Torgar 

Alberto Dal Lago

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2. Ad un certo punto sei diventato copertinista per la serie restaurata di Lupo Solitario. Cosa ha significato per te questa opportunità e quali sono gli insegnamenti più grandi che hai ricevuto da Joe Dever?

Ha significato potersi accostare professionalmente a un universo che da piccolo avevo ammirato e che aveva conquistato milioni di lettori in tutto il mondo! Inoltre ha aperto una finestra sul mercato internazionale.
E per l’epoca non era cosa di poco conto (la prima collaborazione con Joe era nata a cavallo tra il 2006 e il 2007, per Mongoose Publishing) poiché non c’erano piattaforme social o gruppi dove postare i propri lavori e magari essere contattati da clienti stranieri.
In più il grande business della CA legata ai videogiochi non era espanso come oggi.
Da quell’esperienza ho imparato molto, perché per la prima volta mi sono relazionato con un interlocutore non italiano e ho appreso alcuni aspetti legati ai rapporti contrattuali con editori esteri.
Sotto il profilo umano la grandezza di Joe l’ho scoperta nel suo modo di porsi verso i collaboratori e i fan.
Con la sua umiltà e disponibilità mi ha dimostrato che al talento professionale di una persona corrispondeva un’innegabile elevatezza d’animo.

3. Rimanere fedeli all’edizione originale sembra essere stata una grande sfida, cosa c’è dietro una copertina?

C’è innanzitutto un lavoro di squadra, non mi stancherò mai di ripeterlo.
Vuol dire che prima di mettersi al lavoro ci si confronta con i collaboratori più attenti e capaci, per sfornare un buon briefing. Alla fine io sono quello che riceve gli ingredienti dagli altri e poi li mescola, cucinandoli secondo il suo gusto!
Nello specifico, la parte più ardua è stata conservare lo spirito dell’edizione originale, svecchiandone l’estetica e al contempo mantenendo una certa varietà su tutte le illustrazioni di copertina.
Considera che, nella logica dei librigame, Lupo Solitario viene interpretato dal lettore di turno: di lì è nata l’idea di non mostrare il suo volto.
Dunque i protagonisti delle mie illustrazioni sono le creature o i nemici più letali della serie che LS affronta di volta in volta, permettendomi di costruire scene dinamiche e drammatiche in un setting specifico e diverso in ogni copertina.
Di contro, bisogna fare attenzione a non riproporre situazioni già viste e questo è davvero difficile, considerando che le pose del protagonista sono limitate dall’esigenza di non mostrarne le fattezze!

4. Sei stato uno dei sette Lords che ha collaborato per la realizzazione di un nuovo immaginario visivo del mondo tolkieniano. Ci racconti un po’ il processo creativo in un progetto così ambizioso?

Il progetto che mi ha visto coinvolto con i colleghi, Lords For The Rings, è nato da un’idea di Paolo Barbieri: ovvero creare un team di artisti italiani che interpretasse l’enorme mosaico immaginifico di Tolkien.
È una cosa che non ha precedenti in Italia e quando mi è stato proposto ho accettato senza riserve. Da un lato mi sono sentito sovraesposto, proprio per la bravura e il nome di certi miei colleghi: non ero sicuro che sarei stato all’altezza.
Però il team è stato davvero affiatato e compatto, aiutato dalla sapiente direzione artistica di Angelo Montanini (il più noto illustratore italiano di Tolkien) e dalla coordinazione di Roberto Arduini, presidente dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, che ci ha assistito in tutta la parte descrittiva delle scene da illustrare.
Questo ha reso l’iter di lavoro più semplice da gestire, anche nella complessità di alcune tavole. Oltre al bel lavoro di squadra, ogni illustratore ha operato secondo il suo stile e sensibilità artistica.

5. Sei insegnante di Illustrazione Digitale e Concept Art presso la Scuola Internazionale dei Comics di Padova. Oltre all’aspetto puramente tecnico, qual è l’insegnamento che cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?

Sicuramente l’aspetto tecnico è importantissimo, ma più importante è l’attitudine.
Oltre all’elaborazione di un proprio stile, cerco di insegnare la passione per questo lavoro e il rispetto per la professionalità.
Soprattutto, cerco di far capire che un risultato artistico non è solo generato dalla costanza e della determinazione, ma passa anche per l’accoglimento della sconfitta come sprone per migliorarsi.
Noto che molti ragazzi hanno lo sguardo rivolto solo al risultato, e non al percorso che si deve compiere per raggiungerlo.
Cerco di trasmettere il rispetto che dobbiamo avere verso la nostra passione e i nostri interlocutori: se si ha la fortuna di amare il proprio lavoro, bisogna anche capire che ci sono delle regole che non possiamo ignorare… siamo degli artigiani al servizio di un cliente (o più clienti).

6. Che rapporto hai con l’arte tradizionale, quali artisti hanno influenzato il tuo stile?

L’arte tradizionale è stata la base di tutto!
Io ho cominciato apprendendo le tecniche di base legate all’utilizzo di colori acrilici, matite, acquerelli, etc.
Cercavo di imitare illustratori per me inarrivabili: mi sono fatto affascinare dall’epicità di Frazetta e dal Fantasy oscuro di Brom.
Scomodando i classici, Caravaggio ha esercitato un’influenza notevole, soprattutto nei primi tempi, ma ha influito di più sulla mia vena horror.
Anche paesaggisti come Friedrich hanno avuto un ruolo importante nella mia formazione.

7. Analogico o digitale? Quale preferisci e quanto utilizzi il primo e quanto il secondo?

Con il cuore, ti direi che preferisco l’analogico. Ragionando in termini pratici, almeno per quanto riguarda il mio modo di lavorare, invece preferisco il digitale. Ho cominciato lavorando con matite, pennelli, acrilici, acquerelli, etc…poi, via via, mi sono lasciato sedurre dalla pittura digitale, che ho cercato di padroneggiare da autodidatta, all’epoca in cui software come Photoshop non erano certo versatili come oggi. Ormai eseguo tutto direttamente in digitale, dal bozzetto all’esecutivo.
Il digitale mi consente di intervenire in maniera veloce e precisa mentre elaboro gli sketch, che è la fase più delicata del mio lavoro. Soprattutto mi permette di gestire più progetti allo stesso tempo. Essendo io relativamente lento e quasi maniacale nella cura di certi dettagli, sarebbe impensabile tenere lo stesso ritmo con gli strumenti tradizionali. La considerazione più importante riguarda comunque l’utilizzo del digitale come strumento alternativo all’analogico: e in quanto strumento risulterebbe inefficace se non si possedesse tutto quel bagaglio di nozioni che formano un artista. In sintesi, se non conosci la teoria del colore, è inutile sperare che te la insegni il computer!