Intervista a

Giorgia Lanza

Concept artist e Colorist

Ciao Giorgia e benvenuta sul nostro sito!

Bè, grazie a voi. Sono super onorata!

 

1.  Iniziamo subito con una domanda forse scontata ma doverosa 😉 Cosa significa, per te, essere un artista?

A questa domanda, il ricordo di quel parente lontano che a ogni cenone di Natale mi ripeteva “d’arte non si mangia, l’artista muore di fame” mi sovviene immediato.
Essere un artista significa ammazzarsi di fatica, lavorare anche per giorni di fila senza mai dormire, non avere ferie o weekend liberi… ma significa anche essere imprenditori di se stessi, non dipendere da nessuno se non dal proprio entusiasmo e forza di volontà.
Al diavolo datori di lavoro stronzi che ti mortificano costantemente per evitare che ti senta bravo abbastanza da reclamare un aumento. La dignità che questo lavoro mi consente di conservare non la scambierei con null’altro al mondo.

Giorgia Lanza

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2. Cosa ti ha portato a frequentare la Scuola Internazionale di Comics? Il tuo percorso di studi non era basato sulle discipline artistiche…

Sempre memore di quel lontano parente, in adolescenza ho cercato di accantonare la mia passione per cercare un qualche interesse lavorativo più convenzionale. Per questo mi sono iscritta al liceo scientifico. Ero innamorata della chimica e della psicologia, entrambe purtroppo affascinanti solo nella teoria ma non altrettanto nella pratica lavorativa (tutto questo secondo i miei gusti, ovviamente).
A un certo punto ho dovuto semplicemente arrendermi.
Cosa mi piace fare? Disegnare.
Cosa vorrei fare? Disegnare.

3. Quanto è importante il rapporto con gli altri in questo settore?

Per molti versi è importantissimo, per altri versi no. Fare public relation è alla base di qualsiasi lavoro, più gente conosci più opportunità si presentano. Dall’altro lato, però, è la tua bravura a parlare al posto tuo.
Il più delle volte si tratta di un lavoro da eremiti, ma quando si deve lavorare in gruppo saper dialogare e approcciarsi agli altri diventa fondamentale.

4. Sei concept artist, illustratrice e colorista. Qual è il tuo piatto forte?

Il colore. Devo molto a un mio ex professore di fumetto che, incuriosito dalla mia acerba sensibilità cromatica, ha avuto l’ardire di spingermi su questa strada, offrendomi di farmi le ossa su un suo progetto.
Da allora il colore è diventato la mia vita e la mia forza.
Andare a passeggio con me significa preventivare discorsi assurdi sul vero colore del tronco di quell’albero lì, il cielo in questo momento, la macchia scolorita sulla maglietta di quel tizio” e così via.

5. Qual è il workflow di un/a colorista?

Non ne esiste uno ufficiale, ognuno sviluppa il suo metodo.
Il mio vede come capo saldo una buona organizzazione. Sono abbastanza precisina, non riesco a “tirare via” le cose, pertanto metto in conto di dovermi concedere tutto il tempo necessario, ottimizzando ogni singolo minuto fin dalla prima pagina.
Purtroppo, spesso essere colorista significa risentire delle incompetenze (e dei ritardi) di chi ci ha preceduto nella catena produttiva, pertanto ho avuto modo di consumarmi le nocche anche sui fastidiosi “rush last-minute”. Per il resto, è tutta questione di flat, ombre in “moltiplica”, luci in “sovrapponi” e ritocchini mirati in “normale”

6. Da dove arrivano le idee? C’è qualcosa o qualcuno che favorisce la tua creatività?

Credo che, come per ogni creativo, la lista delle ispirazioni sia tremendamente lunga.
Diciamo che la spinta più forte viene dalle culture esotiche di tutto il mondo, soprattutto quella balinese e bhutanese.
Amo le maschere e amo il concetto di sciamanesimo. Di persone che ispirano le mie giornate invece ce ne sono tantissime, ma io sono un po’ una credulona, mi lascio ammaliare da chiunque purchè sappia vendermi le sue idee e il suo stile con un minimo di carisma… quindi ci vuole davvero poco.

7. Ci parli del tuo ultimo progetto? come nasce?

“Rosso Dipinto” nasce qualche anno fa con molta timidezza come idea per un concorso al quale non ho mai partecipato. Ho sempre adorato colorare fumetti ma non ho mai avuto il coraggio di disegnarne uno mio. Quest’anno ho deciso di rompere questo taboo ripescando una vecchia idea, ripulendola e dandole una forma vera e propria.

Una storia per bambini, un viaggio immaginifico nel mondo del colore e dell’astratto. Al momento, il progetto è in cerca di un mentore affettuoso che creda in lui spiritualmente ed economicamente, ma qualche riscontro positivo raccolto qui e là mi fa ben sperare.

8.  Cosa ti piacerebbe fare “da grande”?

Vivere serenamente di questo lavoro senza dover rinunciare a nulla, che sia una vacanza, che sia il riscaldamento sparato a palla in inverno, che sia fare colazione al bar ogni mattina, fare la spesa al mercato o comprare tutti i giorni cibo umido di qualità per i miei gatti.
Ma soprattutto, vivere di questo lavoro secondo le mie regole e i miei stimoli, senza dover accettare troppi compromessi.

 

 

Vivere felice di ciò che ho sempre voluto fare, insomma.

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