Intervista a

Luca Zontini

Illustrator

Ciao Zont e benvenuto nella nostra community!

 

1. Raccontaci un po’ di te: qual è stato il percorso che ti ha portato fino a questo punto?

Credo di aver scelto di disegnare ancor prima di imparare a parlare, quindi è un percorso che viene da molto, molto lontano.
Il disegno è veramente qualcosa di primordiale, è una tra le prime forme espressive che il bambino compie per manifestare la sua presenza nel mondo.
Attraverso i primi segni impressi su un foglio di carta, non ne fa solo una sua rappresentazione, ma urla al mondo: “eccomi qui, guardatemi, ci sono anch’io!”.
Nella mia vita ho fatto tantissime cose attraverso il disegno, e tutte mi hanno garantito di vivere del mio lavoro. Nonostante questo, e se proprio devo farlo, amo definirmi semplicemente un “disegnatore”.

Luca Zontini

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Sono una persona che ha scelto questa forma espressiva come mezzo prediletto per affermare la sua presenza nel mondo ed è riuscito a farne un lavoro.
Esiste un mestiere più bello?

2. Essere illustratore oggi in Italia cosa significa, cos’è cambiato rispetto a 10 anni fa?

I campi dell’illustrazione sono tanti, e non saprei dire quanto i cambiamenti abbiano influito nei vari ambiti.
Dai tempi dei miei esordi ad oggi è passato tanto tempo e ho visto cambiare il mio lavoro diverse volte, ma posso dire con certezza che quella che viviamo oggi è l’inizio di un’altra epoca.
L’impatto delle nuove tecnologie, la nascita del web, la diffusione dei social e la facilità di accesso ad una quantità enorme d’informazioni, che all’epoca dei miei vent’anni era praticamente inimmaginabile, hanno cambiato tutte le dinamiche sottese al nostro lavoro.
Il rapporto con i committenti, la gestione dell’incarico dalla fase progettuale a quella definitiva, il ruolo degli editori… insomma, il panorama in senso generale e globale è radicalmente cambiato, per certi versi in meglio, per altri in peggio.
È un portato dell’evoluzione, per ogni cosa che si guadagna ce ne deve essere necessariamente una che si finisce per perdere.
Per quanto riguarda la situazione specifica italiana, da noi i problemi sono strutturali; abbiamo un mercato troppo piccolo e non riusciamo a fare industria, il problema è politico e culturale, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano.

3.  Arte digitale ed arte tradizionale, quanto si può realizzare la prima senza conoscere la seconda?

Fatti salvi i princìpi fondamentali del disegno, che sono la base e da cui, qualunque strumento si usi, non si può prescindere, direi che si può realizzare la prima senza conoscere perfettamente la seconda, ma non si può realizzare facilmente la seconda conoscendo solo la prima. La ragione per cui oggi abbiamo un numero considerevole d’illustratori molto tecnici, oltre ai motivi espressi precedentemente, è che il digitale ha azzerato tutti i problemi che comportavano l’uso e la gestione della “materia”. Quale tipo di carta usare per arrivare a quel determinato risultato? Che tipo di pennello? Come miscelare al meglio i colori per trovare quella peculiare tonalità di verde? Quali procedure adottare per ottenere quel particolare effetto? Come calcolare e riordinare le enormi variabili date dai materiali a disposizione? Come trarre vantaggio da un piccolo incidente di percorso? Ho perso anni nello studio dei lavori dei maestri del passato e nel cercare di dare risposte a queste domande. Ma queste risposte, giuste o sbagliate che fossero, hanno contribuito ampiamente alla formazione della mia identità artistica. Senza il paracadute che ti dà l’interfaccia di un software e che tende per sua natura ad offrire a tutti la medesima risposta. Ancora una volta, per quello che guadagni, c’è qualcosa che perdi. Il digitale è un mezzo meraviglioso, pratico e veloce, ma trovo che abbia appiattito e massificato il panorama. Trovo mediamente buono e tecnicamente ottimo se non eccellente quello che vedo, ma ai miei occhi appare tutto, mediamente simile e tecnicamente uguale.

4. Come nasce il progetto “Appunti del dormiveglia”?

Nasce dalla mia insonnia, dalla mia passione per i taccuini, dalla gioia che ti dà il disegnare per il semplice gusto di farlo, dall’esigenza di ritornare ad una dimensione ludica che spesso il lavoro su commissione non ti permette di avere e, soprattutto, dalla necessità di dare luce al mio immaginario senza uno scopo preciso.
Nella mia attività impiego l’ottanta per cento della mia giornata a lavorare su progetti non miei e a concretizzare mondi che non ho concepito io.
Tutto questo è meraviglioso ed estremamente stimolante, mi ha arricchito di esperienza e di capacità tecniche ed ha accresciuto le mie abilità, ma arriva un momento in cui senti l’esigenza di dare la tua “visione” del mondo e delle cose.
I taccuini nascono da quell’esigenza!
In un certo momento della mia vita ho sentito l’urgenza di recuperare il filo di un discorso interrotto per tante ragioni tanti anni prima, dai tempi delle mie speculazioni e sogni giovanili.
All’inizio erano semplici disegni in libertà, che in scrittura automatica elaboravo come in un quotidiano flusso di coscienza; più che altro giocavo con le forme.
Poi, con l’andare del tempo, le forme sono diventate delle creature e le creature dei personaggi, e i personaggi hanno cominciato a parlare e a prendere il sopravvento, al punto tale che a volte ho quasi la sensazione che siano loro a disegnare me e non viceversa.
E disegno dopo disegno mi si è letteralmente concretizzato davanti agli occhi un mondo, che ora sto cercando di strutturare in modo più organico e funzionale, declinandolo in forme narrative che prima non sospettavo potesse avere.

5. Le tue illustrazioni hanno uno stile riconoscibile e ben definito, alcune richiamano un po’ il mondo burtoniano. Come definiresti il tuo tratto personale e cosa lo ispira?

Devo essere sincero, ma non mi sono mai posto il problema veramente. Lo stile è il frutto di tutto quello di cui ci siamo cibati nel tempo, del tratto che abbiamo elaborato e riconosciuto come nostro nel lavoro degli altri, ed in buona parte è anche il frutto di un destino. Così come non abbiamo scelto di avere le gambe lunghe o le ossa grosse, non possiamo scegliere a tavolino di averne uno. Nel momento in cui lo facciamo, smettiamo anche di fare un buon lavoro e di essere autentici.
Se riguardo i miei disegni di trent’anni fa, erano acerbi, più incerti, ingenui e imprecisi, ma non erano tanto diversi da quelli che faccio oggi.
Oggi ho lo stesso segno di allora, lo stesso gesto, lo stesso modo di concepire lo spazio, solo… un po’ meglio. È un po’ come l’impronta digitale, le dita ti crescono ma lei rimane sempre la stessa. Non ha del miracoloso?
Vedo che i miei studenti sono ossessionati dallo stile, ed è normale quando sei giovane. Sono talmente attenti a “come” dire le cose quando piuttosto dovrebbero chiedersi, che “cosa” dire. Lo stile è un finto problema, ognuno ha il suo, si tratta solo di scoprirlo, di accettarlo e di educarlo un po’.
Prima c’è lo studio e la ricerca, poi c’è la scoperta e l’accettazione ed infine c’è la raffinazione e la depurazione.
Da questo lungo percorso di ricerca, in equilibrio tra desiderio e destino, scaturisce la nostra identità stilistica. Dopodiché, tra cadute e risalite, ci si può lavorare intorno per una vita, è ovvio, ed è anche l’aspetto più vitale del nostro lavoro.
Così come cambiano il nostro corpo e i nostri pensieri, cambierà con noi anche lo stile.

6. Lavori per clienti importanti come Blizzard Entertainment e Wizards of the Coast. Cosa, secondo te, ti ha distinto per ottenere queste collaborazioni?

Quando da ragazzo cercavo lavoro, lo si faceva ancora prendendo appuntamento con le redazioni oppure alle fiere, tirando fuori i disegni dalla cartellina sotto al braccio.
È così che sul finire degli anni ’90 ho cominciato a lavorare su “Magic the Gathering”.
Suppongo lo si faccia ancora, ma quello era davvero l’unico modo possibile.
Ovviamente è fondamentale la qualità di quello che si fa, ma credo sia importante anche capitare al posto giusto nel momento giusto.
Penso di aver sempre avuto un tratto piuttosto personale, e credo che anche quello, all’epoca, abbia avuto la sua importanza.
I successi, ad ogni modo, sono la giusta sintesi tra la qualità di quello che produci e l’abilità nel cogliere e trarre vantaggio dalle occasioni.
Il difficile poi, viene sempre dopo.

7. Cosa consiglieresti a un/a ragazzo/a che vuole candidarsi come illustratore per un’azienda/studio o agenzia?

Di non smettere mai di studiare, di credere fermamente ma non ottusamente in quello che si fa, di non scoraggiarsi davanti a un “no” ma di ponderarlo e di mantenere il giusto livello di umiltà e di spirito critico che aiutano a far crescere il proprio lavoro.
E ricordare che la cosa più difficile non è tanto procurarsi un ingaggio, quanto invece mantenerselo nel tempo.
Quindi, se proprio dovessi dare un ultimo consiglio, direi che la cosa più importante è la professionalità, con tutto quello che comporta, soprattutto se si vuole lavorare a livello internazionale.

 

Grazie mille Zont per aver accettato di raccontarti, e speriamo di poterti incontrare presto 😉

Grazie a voi per le belle domande, è stato un piacere.