La donna che inventò il cinema d’animazione (prima di Walt Disney)

Si chiama Lotte Reiniger e, pur essendo oggi semi-sconosciuta, fu proprio lei a realizzare il primo lungometraggio animato a colori

 

Avete mai sentito nominare Lotte Reiniger?

Se la risposta è no, consolatevi: non siete i soli. Questa donna, infatti, è rimasta praticamente sconosciuta al grande pubblico.

Eppure stiamo parlando di una delle artiste che hanno cambiato la storia del cinema d’animazione; una delle pioniere che, con il loro contributo determinante, lo hanno reso quello che oggi tutti conosciamo.

 

Gli esordi sul grande schermo

Nata a Berlino il 2 giugno 1899, Lotte rimase affascinata fin da bambina dai teatri delle ombre cinesi, tanto da costruirsene uno artigianale in casa (segando via un pezzo del tavolo della sua cucina!), con il quale allietava i suoi parenti e i suoi amici, facendo muovere le figurine di carta che lei stessa aveva ritagliato.

L’altra grande passione che coltivava era quella per il cinema, in particolare quello di Georges Méliès, tra i primi ad introdurre nelle proprie pellicole gli effetti speciali, e Paul Weneger.

Fu proprio l’attore e regista noto per Il Golem – Come venne al mondo a chiamarla a lavorare con lui, per realizzare i titoli di testa animati dei suoi film.

Il passo successivo arrivò con Il pifferaio di Hamelin: quando Weneger si trovò in difficoltà a far recitare le proprie scene a dei topi in carne ed ossa, chiese a Reiniger di sostituirli con copie in legno animate con la tecnica a passo uno, quella che oggi viene definita stop motion. Nacque così quel tipico stile che avrebbe contraddistinto tutta la sua carriera futura.

I suoi primi lavori le permisero di entrare in un gruppo esclusivo di artisti e animatori d’avanguardia, il Berliner Institut für Kulturforschung, dove conobbe Carl Koch, che sarebbe diventato suo marito nonché partner creativo.

 

Usurpata da Walt Disney

Negli anni successivi Lotte realizzò sei splendidi cortometraggi, anche grazie all’invenzione, datata 1923, della prima multiplane camera, una sorta di evoluzione degli esperimenti condotti a casa, da bambina, con quel tavolo da pranzo segato nel centro.

Questa tecnica innovativa consisteva nella sovrapposizione di diverse immagini disegnate su superfici trasparenti (sottili lastre di vetro o fogli di acetato o carta traslucida) che, quando venivano riprese dalla cinepresa, davano l’illusione della profondità.

Fu proprio la sua multiplane camera a permetterle di realizzare, nel 1926, il magico e ipnotico cartone animato Le avventure del principe Achmed.

Quella tecnica ispirò nientemeno che Walt Disney, che finì per rubare a Lotte Reiniger non solo la paternità dell’idea, ma addirittura il posto che meritava nella storia del cinema.

Prima, infatti, Disney realizzò una versione più sofisticata della multiplane camera e la brevettò come invenzione dei suoi studios; poi produsse Biancaneve e i sette nani, quello che l’industria di Hollywood ritiene essere il primo lungometraggio animato a colori nella storia del cinema.

Lo ritiene erroneamente, però: perché il film di Disney uscì solo nel 1937, ben oltre un decennio dopo Le avventure del principe Achmed.

 

Gli scontri con il nazismo

La carriera di Lotte subì una brusca interruzione quando Hitler prese il potere in Germania.

Le storie di contenuto anti-fascista che sceglieva per le sue pellicole non erano ben viste dalla censura di regime, che la ostacolò a tal punto da costringerla ad abbandonare la Germania negli anni ’30 insieme a suo marito.

Non riuscendo ad ottenere accoglienza stabile in nessuna nazione, però, i due iniziarono un lungo pellegrinaggio di Stato in Stato, rientrando anche per un breve periodo in patria, dove furono costretti a realizzare film di propaganda nazista pur di sopravvivere.

Fu dopo la guerra che finalmente Reiniger e Koch si poterono stabilire a Londra, dove la loro produzione artistica riprese vigore.

Nell’arco di un decennio realizzò una dozzina di fiabe animate per bambini per lo studio Primrose Productions, fondato da Louis Hagen, un profugo già internato nei campi di concentramento nazisti, nonché figlio del primo finanziatore di Le avventure del principe Achmed.

Nemmeno dopo aver deciso di ritirarsi Lotte riuscì a restare lontano dagli studi di animazione: negli anni ’70, infatti, il suo lavoro iniziò a godere di nuovo successo e così lei tornò a girare il mondo per raccontare la sua lunga carriera e a realizzare nuovi cartoni.

L’ultima delle sue 46 opere è Le quattro stagioni, che vide la luce nel 1980, appena un anno prima della morte, che la colse quando era ormai rientrata a casa nella sua Germania.

Con il tempo, oscurato dalla fama di Disney, il genio di Lotte Reiniger sembra essere stato gradualmente cancellato dalla storia.

Ma gli addetti ai lavori, che conoscono la verità, non l’hanno mai dimenticata: tanto che ancora oggi, nei moderni film d’animazione, si trovano nascosti numerosi omaggi al suo stile inconfondibile.

Perfino nei film della Disney, da Aladdin a Fantasia. Ironia della sorte…