Victor Perez: «Essere digital artist? Per me è come un gioco»

Mille talenti, un solo artista: si racconta il 37enne spagnolo che ha curato i Vfx per “Pirati dei Caraibi”, “Batman” e “Rogue One”

 

Regista, fotografo, attore, produttore, sceneggiatore, effettista.

In appena trentasette anni di età, Victor Perez ha vissuto già decine di vite.

Non solo dal punto di vista artistico, dove ha dimostrato il suo multiforme talento, ma anche della sua incredibile storia personale.

«Quello che sono oggi – ci racconta – è l’insieme di tanti fallimenti. Volevo fare l’attore e non ci sono riuscito, volevo fare il fotografo ma non ho l’occhio, volevo fare lo scrittore e non ce l’ho fatta.

Ma da tutte queste vicende ho acquisito esperienza. Credo che, in un artista, la vita professionale e quella personale siano molto collegate. E la mia vita è stata tutta alla ricerca della mia verità, e del modo di esprimerla, di raccontare il mondo attraverso i miei occhi, inseguendo il racconto perfetto in ogni linguaggio.

Non l’ho ancora raggiunto, e meno male, perché altrimenti avrei smesso. Invece, ancora oggi, mi diverto a farlo e riesco a pagarmi le bollette e a guadagnarmi la pagnotta: e questa è la cosa più importante!».

Nel mondo del cinema fa il suo ingresso dopo aver studiato a L’Aquila (città dove si era trasferito conoscendo la ragazza che sarebbe diventata sua moglie), al Centro sperimentale di cinematografia di Vittorio Storaro e in seguito, dopo la chiusura della scuola per colpa del terremoto, a cui lui stesso sopravvisse per una manciata di secondi, agli Escape Studios di Londra.

Ma la favola di Victor inizia molto prima, a soli sei anni, nella sua Cordoba, dove da suo fratello maggiore eredita la passione per la fotografia.

«La fotografia è il punto di partenza per tutto: la parola stessa significa “disegnare con la luce” – spiega l’artista spagnolo – La prima cosa che mi ha insegnato è la differenza che esiste tra i punti di vista dell’occhio e della macchina: questo ha creato il mio interesse ad usarla come un mezzo di espressione.

Essendo un linguaggio visivo, ha sviluppato in me la mia passione per il racconto fatto di immagini.

Utilizzando anche un terzo punto di vista, il più divertente: quello dell’immaginazione.

Mi sono reso conto che, molte volte, la stessa fotografia non è quello che sembra, può rappresentare cose che non esistono, o trucchi ottici. Così la realtà, ad un certo punto, non è stata più abbastanza per me: ho iniziato a stilizzarla, distruggendo e ricostruendo i concetti fisici.

È impossibile diventare un visual effects artist se prima non capisci come funzionano la fisica, la luce, il mondo».

Quando a questi esperimenti di ragazzino e a queste accurate conoscenze sia tecniche che artistiche, ha aggiunto la potenza dei computer, è diventato uno degli esperti degli effetti visivi di riferimento a livello internazionale, che si contendono le più grandi produzioni hollywoodiane: da “Harry Potter e i doni della morte” ai “Pirati dei Caraibi”, da “Il cavaliere oscuro – Il ritorno” a “Star Wars: Rogue One”.

«Il mestiere di Vfx è l’incontro tra tre discipline: arte, tecnologia e tecnica – prosegue Perez – La tecnologia può seguire un percorso da sola, ma se non è vincolata alla tecnica, alla fine non si arriva all’arte, non si trovano nuovi modi di raccontare le storie. Viviamo in una società in cui pensiamo che sia già stato inventato tutto: a certi livelli è vero, ad altri no.

Ricordo nel 1999 quando uscì “Matrix”, con il famoso effetto bullet time, la possibilità di congelare un istante e di muovercisi dentro.

A livello visivo fu un’esplosione, ma non era un effetto nuovo, era già stato utilizzato in diversi spot televisivi: quel film ebbe solo lo spazio per poterlo applicare ad un’immagine».

Ma una figura poliedrica come la sua non può certo accontentarsi di una sola carriera professionale: «Quella del digital artist è la mia seconda pelle: mi hanno insegnato a farlo fin da piccolo e per me è sempre rimasto un gioco.

Ma, negli ultimi due o tre anni, sto iniziando a sentire una voce che mi sta spingendo a scrivere e a dirigere: per questo ho già realizzato due cortometraggi e sto finendo di scrivere il mio primo lungometraggio.

Mi vedo molto bene nei panni di scrittore e di regista: mi piace perché è sempre una sfida, probabilmente la più difficile del mondo».

È in questi panni che ha girato e prodotto un corto girato completamente in green screen, dove l’unico elemento reale è la protagonista, grazie ad una tecnica totalmente innovativa.

«”Echo”, il mio ultimo cortometraggio è quello che mi ha permesso di esprimermi al meglio, di mettere insieme tanti dei miei aspetti artistici – conferma lui – L’ho scritto, l’ho prodotto, ho supervisionato e disegnato gli effetti, ho diretto l’attrice, ho concepito l’ambiente e mi hanno anche permesso di lavorare con una tecnologia mai provata prima, sviluppata proprio per l’occasione.

In questo senso sono stato un pioniere, quindi non ho avuto esempi da seguire, mi sono dovuto inventare non solo le domande ma anche le risposte, trovando il mio modo di risolvere i problemi.

Per fortuna ho avuto a disposizione un team che, a tutti i livelli, ha lavorato con me e per me, composto da amici, che però sono i migliori artisti al mondo, quelli che più ammiro.

Un viaggio molto interessante, un progetto micidiale, a grandissima scala, che ha occupato due anni della mia vita, lavorandoci nel tempo libero. E ci ho preso gusto…».

Del resto è fatto così, Victor Perez. Se è diventato grande è perché, appunto, non ha avuto paura di fallire.

Anzi, ha cercato sempre di spingersi oltre ogni confine: «Le limitazioni, dal mio punto di vista, sono sempre un punto di forza, perché ti portano su strade che tu non avresti mai pensato di intraprendere.

Le stesse produzioni hollywoodiane spesso hanno cominciato così. L’esempio più banale è quello di Pixar quando iniziò a realizzare “Toy Story”, il primo lungometraggio di animazione prodotto interamente al computer: era la fine degli anni ’80, quando la tecnologia era molto inferiore ad un iPhone di oggi.

Il problema principale che incontrò John Lasseter è che i render sembravano di plastica. E lui ne fece un linguaggio: creando personaggi, appunto, di plastica».

 

L’intervista audio a Victor Perez

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